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Un’attesa
lunga questa per il secondo episodio di “Guerre Stellari”, che
va ben oltre i veloci tre anni trascorsi da “The Phantom Menace”
fino a perdersi nel lontano 1983, quando “Il Ritorno dello Jedi”
pose fine alla più grande saga cinematografica della storia, commovendoci,
divertendoci, ma soprattutto riportandoci ad uno stato atavico di pura
gioia ed emozione.
E’ incredibile pensare come George Lucas sia tornato dopo 16 anni (con
Episodio I) a cimentarsi nel progetto che gli ha dato praticamente
“tutto” con lo stesso entusiasmo e la stessa energia di un tempo.
Un’impresa titanica che va ben oltre lo sforzo “cinematografico”,
perché quando si parla di Star Wars si parla di mito, di fenomeno, di
punto di riferimento, di innovazione, e di un pubblico incalcolabile di
fedeli che sfiorano il fanatismo. Il ritorno alla “Sacra Trilogia”
(come la definiva il surreale Randal in “Clerks” di Kevin Smith) suona
dunque prima di tutto come confronto con un “pubblico totale”,
e quindi con la vecchia saga, ormai ibernata nell’olimpo delle opere
perfette e irrepetibili. E’ facile allora immaginare l’immane responsabilità
(non solo commerciale) che scaturisce dalla ripresa del progetto Star Wars
(che come saprete constava di nove episodi, di cui la trilogia iniziata
nel ’77 costituiva il nucleo centrale), un impegno di tale portata che a
mio avviso trascende il semplice concetto di produzione cinematografica
(come è stato invece per la vecchia trilogia) e che può trovare le
sue motivazioni solo nella geniale figura del suo creatore, il Lucas
filmmaker, il George prodigatore di sogni che si chiude nella sua casetta
di campagna con una matita e un block notes per scrivere film, l’uomo
che dopo 22 anni decide di tornare dietro la macchina da presa per
ridestare la sua antica creatura, il suo vecchio sogno; un ritorno che sa
quasi di “questione personale”, di confronto con quell’opera rimasta
incompleta che gli ha dato più di quanto chiunque, lui compreso, avesse
mai potuto immaginare.
Con “Episodio II - L'attacco dei Cloni” è illuminante constatare come
il grande pubblico sia andato al cinema per vedere il secondo prequel
del vecchio Star Wars, e non il seguito di Episodio I. Questo
ci fa capire molto bene come la vecchia trilogia resti inevitabilmente
legata alla nuova, costituendone la fortuna ma al contempo anche un grosso
peso difficile da portare.
Nel suo titanico confronto col passato, Lucas ha giocato la carta degli
effetti speciali, forte della sua incontrastata Industrial Light + Magic;
scelta che però si è rivelata azzeccata a meta, giacché i nuovi episodi
impressionano per l’aspetto tecnico ma lasciano a desiderare nei
dialoghi e nella caratterizzazione dei personaggi. Le atmosfere dal sapore
mistico-iniziatico dei vecchi episodi passano ora ad un registro più
ludico e proprio del cinema d’intrattenimento puro. Ecco allora che si
vengono a perdere quei meccanismi emozionali e quella chimica fra i
personaggi che tanto ci avevano appassionato nella vecchia trilogia.
Molte sono state le critiche mosse agli attori dei nuovi episodi
(specialmente in quest’ultimo) per la fredda recitazione, critiche a mio
parere fondate. Nonostante il cast di tutto rispetto, infatti, spesso si
ha quasi l’impressione di vedere il vuoto dei blue screen negli
occhi dei personaggi, costretti ad interagire, circondati dal nulla, con
immaginarie creature digitali. A tal proposito vorrei riportare una
vecchia dichiarazione di Frank Oz, il grande Muppet’s man che
dette interamente vita al pupazzo di Yoda (allora la computer grafica non
lo permetteva) ne “L’Impero Colpisce Ancora” e “Il Ritorno dello
Jedi”, sulla convincente interpretazione elargita dal giovane Mark
Hamill nei panni di Luke Skywalker:
“So much of the reason Yoda was successful
is because Mark believed in him and responded to him.
If Mark didn't respond to him so well,
then the audience wouldn't have."
- Frank Oz -
Parole, queste, che nell’era del cinema digitale fanno sentire più che
mai il loro peso, e pongono l’attenzione su un aspetto forse troppo
sottovalutato anche da un regista attento come George Lucas.
Ad ogni modo “La Minaccia Fantasma” e “L’attacco dei Cloni”
rimangono due capolavori d’indiscutibile fascino e qualità, un egregio
mix dei migliori ingredienti dei generi fantascienza e fantasy. Insomma,
la saga continua, convergendo inesorabilmente verso il già attesissimo
Episodio III, previsto per il 2005, che costituirà il capitolo finale non
solo della nuova trilogia, ma dell’intera avventura cinematografica di
Guerre Stellari, considerato che la realizzazione dei nove episodi rimarrà
con tutta probabilità solo nella mente di Lucas.
Mi auguro che l’importanza oggettiva di quest’ultimo capitolo sarà
valorizzata da uno screenplay all’altezza della situazione, da quella
speciale magia che appartiene unicamente alla saga di Guerre Stellari e
che, ahimè, non percepisco più da molto tempo…
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