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Stavolta i membri dell’Academy
si sono dati una regolata, anche se non quanto avrebbero dovuto. Benché
abbiano, come sempre, fatto comunque molti errori nello scegliere i
candidati all’Oscar (fra le defezioni eccellenti Peter Jackson, Dennis
Quaid e Leonardo Di Caprio fra gli altri) hanno tentato di evitare i
grossolani errori delle edizioni precedenti, errori che avevano fatto
diventare la manifestazione un vero fenomeno da baraccone. Questa edizione
degli Oscar verrà ricordata come quella della guerra in Iraq e della
protesta dei pacifisti ma anche come quella della vittoria (finalmente) di
Nicole Kidman nella categoria di attrice protagonista per il bellissimo
“The Hours”. Era ora che l’Academy si accorgesse del suo talento e
della sua bravura dopo averla snobbata l’anno scorso in “Moulin Rouge”
e non aver neanche considerato la sua bellissima interpretazione in “The
others”. Finalmente la Kidman ha avuto il giusto riconoscimento per la
sua costanza e i suoi meriti.
Anche il vincitore della categoria maschile
è stato stavolta scelto con criterio. Ha vinto il quasi sconosciuto
Adrien Brody per la sua bella interpretazione nel bellissimo film “Il
pianista” del grande Roman Polanski. Adrien ha battuto concorrenti del
calibro di Jack Nicholson, Michael Caine e Daniel Day Lewis. E
sinceramente mi sembra anche giusto che abbia vinto lui contro questi
mostri sacri. Primo perché Nicholson, Caine, Day Lewis e il quarto
nominato Nicolas Cage (tutti molto bravi) hanno avuto già tutti il
piacere di aver vinto in precedenza la statuetta e quindi mi sembra giusto
premiare un esordiente fra i candidati, e poi perché Brody è davvero
bravissimo ne “Il pianista”. Finalmente un uomo con la faccia comune
si impone sul resto del mondo! Per la categoria dei non protagonisti hanno
scelto invece di premiare il bravo Chris Cooper, che aveva già dimostrato
il suo talento in altre opere come ad esempio “American Beauty”. Non
discuto sulla bravura di Cooper, che faceva il suo debutto fra i
candidati, ma forse sarebbe stato bello vedere l’anziano e sempre
grandissimo Paul Newman ricevere una statuetta alla sua età per
l’impegno del suo ruolo di gangster cattivo in “Era mio padre”. Fra
le non protagonisti ha vinto invece la bella e brava Catherine Zeta Jones,
che ha ritirato la statuetta con il pancione di quasi nove mesi. La sua
prova in “Chicago” è stata sorprendente ma forse avrebbe meritato di
più la statuetta la povera Julianne Moore, grandissima attrice più volte
snobbata dall’Academy.
Miglior film dell’anno è il sorprendente
“Chicago”, bellissimo musical di Rob Marshall. Probabilmente i membri
dell’Academy hanno voluto premiare questo film non tanto per convinzione
vera e propria quanto per farsi perdonare il fatto di aver snobbato
l’anno scorso lo stupendo “Moulin Rouge” solo perché il suo autore
era australiano (ogni riferimento a Buz Luhrmann e Peter Jackson è
puramente casuale). Forse sarebbe stato troppo assegnare l’Oscar come
miglior film dell’anno proprio a “Il pianista” visto che l’Academy
si era già sforzata al massimo facendo vincere la statuetta per la regia
proprio a Roman Polanski, il che equivale per molti americani darla al
diavolo. Comunque la statuetta a Polanski è stata ampiamente meritata dal
grande regista. Mi dispiace per Martin Scorsese ma forse avrebbe meritato
la statuetta per altre opere precedenti, di certo più convincenti di
“Gangs of New York”, che resta comunque un caso unico nel suo genere.
Ritornando a “Il pianista”, sarebbe stata comunque una forzatura
troppo grande per i diplomatici membri dell’Academy premiare un film che
parla di guerra e antisemitismo proprio in un periodo storico come questo.
Meglio la gioiosa allegria di “Chicago” che con le sue canzoni e i
suoi numeri coreografici allontana da pensieri tristi. Stesso discorso
dicasi per l’altro candidato come miglior film “The Hours”,
bellissimo ma con temi scottanti come il suicidio, l’abbandono dei
figli, l’AIDS e l’omosessualità.
Ampiamente meritata anche la
statuetta a Pedro Almodóvar per la sceneggiatura originale del bellissimo
“Parla con lei”. Miglior canzone originale è invece “Lose yourself”
del rapper Eminem, sorprendente protagonista del bel film “8 mile” di
Curtis Hanson. Anche questa è una sorpresa, perché se Polanski per molti
americani è come il diavolo, Eminem lo è senza dubbio per i Membri
dell’Academy oltre che per molti moralisti e benpensanti. Ma non si
poteva ignorare del tutto Eminem dopo il risalto avuto in “8 mile” e
comunque la canzone è bella e significativa, anche se bisogna dire che
era bella e forse di qualità superiore “The hands that built America”
dei grandi U2, ma forse era troppo far vincere degli irlandesi per una
canzone che parla di un Paese che anche loro hanno contribuito a
costruire, come il film di Scorsese ci insegna. D’altronde gli americani
sono nazionalisti e si dimenticano spesso del loro passato ricordando solo
invece le cose che fanno più comodo e questo bisogna sempre ricordarlo,
specialmente in tempi come questi, dove il nazionalismo eccessivo si è
tradotto in una guerra assurda e predeterminata da interessi economici e
non umanitari, come è stato detto.
Infine resta la statuetta per il
miglior film straniero, assegnata al film tedesco “Nowhere in Africa”
della regista Caroline Link. Forse avrebbero meritato di più la
statuetta, a mio parere, il film cinese “Hero” (anche se forse dopo
l’exploit de “La tigre e il dragone” era chiedere troppo) e il bel
film messicano “Il crimine di Padre Amaro” tratto dall’omonimo
romanzo del grande scrittore portoghese Eça de Queiroz, ma forse era
anche in questo caso esagerato chiedere ai membri dell’Academy di
capire, in un Paese protestante, le ragioni del celibato per i sacerdoti
cattolici. Gli sconfitti illustri anche stavolta come si vede sono stati
molti ma forse sarebbe bello che qualcuno si ricordasse anche chi nelle
nominations proprio non c’è finito. Ma se iniziassi a parlare di questo
argomento non la smetterei più di parlare. Quindi la smetto qui, per
evitare di annoiarvi, e aggiungo soltanto che la cerimonia degli Oscar si
è confermata, seppur con alcune note positive quest’anno, come una
manifestazione all’insegna del compromesso e del “politically correct”.
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