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Noi
di Cinemorfina abbiamo partecipato all’evento e siamo qui per
raccontarvi una delle giornate più significative del FEF, svoltasi il 29
aprile: l’HORROR DAY. Sette sono stati gli
horror (recenti e non) proiettati durante la giornata: l’onore di aprire
le danze è toccato al tailandese 999 – 9999 (2002)
dell’esordiente Peter Manus.
Manus proviene dalla
pubblicità e si vede. Il film infatti ha dalla sua una regia tecnicamente
e visivamente efficace che si avvale di una fotografia patinata dal
cromatismo acceso (tipica nelle produzioni tailandesi). Peccato che al di
là di questo, 999 – 9999 risulti un film modesto a causa della trama
prevedibile, che si rifà, con poca originalità, ai classici
“teen-horror” di matrice americana come SCREAM, URBAN LEGEND e
soprattutto FINAL DESTINATION. I giovani interpreti sono simpatici, alcune
trovate anche abbastanza azzeccate, ma tutto ciò non basta a sollevare la
pellicola dalla mediocrità. (voto: 5)
Il catalogo del FAR
EAST lo descrive come “un horror gotico che, nonostante il budget
limitato, riesce ad intessere abilmente una fotografia vivace, un
melodramma strappalacrime ed echi sovrannaturali tradizionali”. Certo
qualcosa di buono ce l’avrà anche questo PUBLIC CEMETERY UNDER THE
MOON (1967) ma comunque troppo poco per considerarlo riuscito. Gli
effetti speciali sono semplicemente ridicoli (ma, lo dobbiamo
ammettere, indimenticabili: la lanterna volante perseguita tuttora le
nostre notti!), il montaggio in certe scene rasenta il demenziale (specie
sul finale, dove il gioco sull’accumulo di colpi di scena porta
all’effetto contrario, ovvero alla noia e all’umorismo involontario) e
le interpretazioni troppo melodrammatiche stonano con l’atmosfera horror
che il regista Kwon Cheol-Hwi vorrebbe creare. Insomma, uno dei film
meno convincenti della già di per sé non esaltante “Golden Age”
coreana. (Voto: 4)
“Sarò felice se anche solo due o tre di voi usciranno dalla sala soddisfatti”. Questa, più o meno, la frase pronunciata dal regista Ishii Teruo (illustre ospite di quest’edizione del FEF) pochi attimi prima della proiezione del film: come dire, io vi avverto, poi non venite a lamentarvi! Questo
HORROR OF THE MALFORMED MAN, infatti, non si può
certo definire un capolavoro: le sequenze migliori sono lo spiazzante
inizio al manicomio, le immagini ricorrenti di Hijikata che “danza”
sulla spiaggia, il finale trash simpaticamente ingenuo e poco altro.
Dopotutto Ishii Teruo, il “Re del Cult” ce l’aveva detto… (Voto: 5)
Già da queste due parole si può intuire l’atmosfera fradicia e misteriosa emanata dal meraviglioso horror (e quanto mai tale termine risulta riduttivo nei confronti di un’opera così complessa e pregna di significati) di Nakata Hideo (tratto, come RINGU, da un romanzo di Suzuki Koji). Yoshimi si
trasferisce con la figlia Ikuko di cinque anni (bravissima la piccola
Kanno Rio) in un appartamento situato all’interno di un vecchio
condominio. La situazione non è delle più rosee: la giovane madre
infatti sta combattendo una dura lotta contro l’ex marito per
l’affidamento della figlioletta. A complicare ulteriormente il tutto ci
si mettono delle strane e disturbanti infiltrazioni d’acqua nel soffitto
dell’appartamento e le inquietanti apparizioni di una bambina
dall’impermeabile giallo scomparsa anni or sono in circostanze
misteriose. In un Giappone umido e tetro, Nakata lavora ottimamente su due piani: l’efficace costruzione di un progressivo ed inarrestabile senso di tensione (grazie anche al fondamentale apporto del compositore Kawai Kenji) e il racconto, sensibile ma mai melenso e retorico, di un rapporto profondo e delicato come quello che lega una madre alla propria figlia e viceversa. Un capolavoro trasmesso recentemente anche su Tele+: non lasciatevelo sfuggire! (Voto: 9)
L’intento primario del regista Ahn Byung-Ki è quello di spaventare ed il prologo nell’ascensore è un buon inizio, montato e fotografato in maniera ineccepibile. In seguito, quello che poteva diventare un film interessante si trasforma lentamente ed inesorabilmente in un’accozzaglia, più o meno ben gestita, di luoghi comuni, di spaventi telefonati (e come poteva essere altrimenti visto il titolo del film!) e di saccheggi (oops…pardon, volevamo dire citazioni) da titoli come L’ESORCISTA, RINGU, SCREAM, HYPNOSIS e chi più ne ha più ne metta. Alla fin fine
qualcosa si salva: l’indiscutibile perizia tecnica (molti i virtuosismi
della mdp che però non portano da nessuna parte), il già citato prologo,
l’ottima interpretazione satanica della bambina e qualche scena ad
effetto. Troppo poco comunque. Il sesto e penultimo film della giornata è stato NEW BLOOD (2002) dell’hongkonghese Soi Cheang.
Le aspettative verso questa pellicola erano molto alte, visto che il precedente film di Soi Cheang, HORROR HOTLINE… BIG HEAD MONSTER (2001) aveva riscosso ampi consensi di critica e pubblico. Purtroppo non si può dire lo stesso di NEW BLOOD che, secondo noi, è stata una delle più grandi delusioni dell’Horror day. Noioso sino
all’eccesso, il film di Soi Cheang si salva solo per l’atmosfera cupa
(anche se derivativa), valorizzata dai toni lividi della fotografia. La
storia è abbastanza scontata e poi, diciamola tutta, siamo veramente
stufi di vedere per l’ennesima volta il solito spirito biancovestito
alla RINGU, che se ne va in giro a fare il bello e il cattivo tempo (ok,
qua lo spettro in questione è pelato, ma la sostanza non cambia!). E’
ora di inventarsi qualcosa di nuovo invece di riciclare sempre le stesse
idee, non credete? (voto: 4)
Protagonista principale della pellicola è una casa maledetta e i suoi misteri, attorno alla quale ruotano i destini di alcuni poveri sventurati. JU-ON: THE GRUDGE è un film che o lo si ama o lo si odia senza mezzi termini. Noi di Cinemorfina lo amiamo e pensiamo veramente che sia “uno degli horror più terrificanti degli ultimi anni” (testuali parole di quel geniaccio di Sam Raimi, che ha nientemeno reclutato lo stesso Shimizu Takashi per realizzare un remake americano del film!). Della pellicola colpisce alquanto la trama, che non ha uno sviluppo cronologico usuale, ma al contrario assai intricato, destrutturato. JU-ON è un incubo senza risveglio, abitato da esseri mostruosi che rimangono per lungo tempo ben impressi nella mente dello spettatore, provocando nello stesso quel puro e sano terrore che raramente si prova guardando un horror moderno (e chi ha avuto la fortuna di vedere il film recentemente sulle “pay tv” nostrane, sa di cosa stiamo parlando). La speranza è che
Shimizu Takashi possa confermare di nuovo il suo talento, continuando a
spaventarci con film sempre più agghiaccianti e terrorizzanti: noi
sinceramente non vediamo l’ora! (voto: 8) Le luci del teatro udinese si accendono, segnalando così il termine dell’Horror day. Noi, con un misto di delusione e stanchezza addosso, usciamo lentamente dalla sala cominciando a tirare le somme. Solamente due sono stati i film veramente meritevoli di attenzione (gli ottimi DARK WATER e JU-ON: THE GRUDGE, entrambi giapponesi), in mezzo ad un mare di mediocrità e questo ci fa molto riflettere. La causa è rintracciabile forse nelle (infelici a nostro avviso) scelte degli organizzatori del FEF, o addirittura è proprio il genere horror che ormai sta tirando le cuoia e non riesce quasi più a raccontare nulla di nuovo ed interessante (ci riferiamo ovviamente ai titoli più recenti)? Secondo noi, come al solito, la verità sta nel mezzo e, sconsolati, torniamo all’ovile sperando che l’Horror day del prossimo anno sia molto più terrorizzante di questo…
QUEL
CHE RESTA DEL FEF… Ovvero
i film che ci hanno più colpito del festival. Giovanni
Milizia: SYMPATHY
FOR MR. VENGEANCE, di Park
Chan-wook, Corea 2002, drammatico
CONDUCT
ZERO, di Cho Keun-shik, Corea
2002, commedia
SHANGRI-LA,
di Miike Takashi, Giappone 2002, commedia
Con un occhio rivolto al cinema di Yamada Yoji ed uno a quello di Kitano Takeshi, Miike costruisce una storia semplice e commovente che, attraverso le vicissitudini (a volte drammatiche, a volte buffe e surreali) di un gruppo di senzatetto capitanati dal loro “sindaco” (un irriconoscibile Aikawa Sho con tanto di parrucca afro e occhiali da sole) e da uno scrittore itinerante (Sano Shiro, ospite del FEF), getta uno sguardo non banale sulla condizione di vita del Giappone moderno e sui problemi che lo attanagliano (l’incomunicabilità, la solitudine, la mancanza di fiducia in sé stessi, il denaro e il successo come unico obiettivo della vita…). Ottima la colonna sonora. (Voto: 8) THE ONE-ARMED
SWORDSMAN, di Chang Cheh, Hong Kong 1967, wuxia-pian
Il film di Chang Cheh (assieme a DRAGON GATE INN di King Hu) rivoluzionò l’intero cinema hongkonghese e creò un’incredibile sequela di remake e seguiti che giunse inarrestabile fino agli anni novanta (THE BLADE di Tsui Hark). Wang Yu (star di prima grandezza, poi passato anche alla regia) caratterizza bene la figura dello spadaccino timido e devoto che, ferito a tradimento, riesce a sconfiggere il cattivo di turno nonostante (ed anzi, sfruttando) la grave menomazione. Se
a questo si aggiungono la fedele ricostruzione scenografica, l’ottima
coreografia delle scene di combattimento (a cura del futuro regista Liu
Chia-liang) e la regia ricca e moderna coadiuvata da un montaggio in
anticipo sui tempi; ben si comprendono i motivi del suo status di
archetipo e dell’essere ancora tutt’oggi uno dei migliori esempi di
sempre del genere wuxia. (Voto:
8,5)
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